Sentenze e procedimenti truccati a Trani, inchiesta chiusa: sotto accusa 12 persone tra magistrati, avvocati e forze dell’ordine

aula tribunale

L’inchiesta della procura di Lecce che ha scoperchiato un ‘sistema’ di sentenze o procedimenti pilotati in cambio di mazzette nel palazzo di giustizia di Trani è chiusa e prossima ad arrivare il Tribunale. I pm titolari delle indagini (Roberta Licci e Giovanni Gallone) hanno, infatti, firmato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, atto che anticipa l’intenzione della procura di chiedere il rinvio a giudizio per i destinatari del provvedimento. I nomi in calce al provvedimento sono in tutto 12 e spiccano quelli di tre magistrati e due esponenti delle forze dell’ordine; le accuse contestate a vario titolo sono di associazione per delinquere, corruzione in atti giudiziari e falsi.

L’avviso di chiusura delle indagini è stato anzitutto notificato a Michele Nardi e Antonio Savasta, due magistrati che all’epoca dei fatti contestati lavoravano a Trani e che sono considerati al centro di questo ‘sistema’ di corruzione che sarebbe stato in piedi tra il 2014 e il 2018: Nardi era un giudice per le indagini preliminari; Savasta era invece pubblico ministero. Quando sono stati arrestati, invece, i due erano in servizio a Roma, il primo come pm e l’altro come giudice. Nardi è in carcere da gennaio; Savasta ha invece ottenuto gli arresti domiciliari dopo che ha iniziato a collaborare e si è dimesso dalla magistratura. I due magistrati intascavano tangenti dall’imprenditore Flavio D’Introno (che sta collaborando e che è destinatario dell’avviso di chiusura indagini) per sistemare i suoi guai giudiziari. L’imprenditore, in sede di incidente probatorio, ha specificato di avere pagato circa 2 milioni di euro di agenti a Savasta e Nardi in cambio di interventi favorevoli per sistemare i suoi problemi giudiziari. In particolare, ha dichiarato D’Introno, Nardi avrebbe beneficiato di un milione mezzo di euro, un Rolex, diamanti e alcuni viaggi; Savasta invece avrebbe ottenuto 500mila euro. Ma Savasta avrebbe preso soldi anche da altri imprenditori, come l’immobiliarista Luigi D’Agostino, pure lui inserito nell’avviso di chiusura indagini: in particolare Savasta avrebbe omesso di iscrivere tagli indagati di una inchiesta per reati fiscali il nome di D’Agostino che avrebbe ricambiato con soli e organizzando un incontro a Palazzo Chigi con Luca Lotti.

Sotto accusa anche un terzo magistrato, Luigi Scimé, che all’epoca dei atti contestati era pm a Trani e oggi è in servizio presso la Corte d’Appello di Salerno: Scimé è chiamato in causa sia da Savasta che da D’Introno. In buona sostanza i due ammettono che Scimé ha ricevuto soldi dall’imprenditore D’Introno per una serie di piaceri, tra i quali quello di chiedere il rinvio a giudizio per falsa testimonianza di alcune persone che avevano accusato D’Introno in un processo di usura. In tal modo D’Introno sperava di potere screditare i suoi accusatori.

Sotto accusa ci sono anche due esponenti delle forze dell’ordine; l’ispettore di polizia del commissariato di Corato (Bari) Vincenzo Di Chiaro, che ha confessato ma è in carcere dal 4 aprile per le accuse, in concorso con Nardi e Savasta, di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari e falso; il carabiniere Martino Marancia. Il provvedimento è stato notificato anche agli avvocati Simona Cuomo (del foro di Bari), Ruggero Sfrecola (del foro di Trani) e Giacomo Ragno; indagati anche Gianluigi Patruno, titolare di una palestra, Savino Zagaria (ex cognato di Savasta). A Savasta e Nardi – in concorso con Di Chiaro, D’Introno e l’avvocatessa Cuomo – viene contestata l’associazione a delinquere perché, si legge nel provvedimento, «si associavano tra di loro al fine di compiere plurimi delitti contro la pubblica amministrazione, contro la fede pubblica e contro l’autorità giudiziaria, avvalendosi di volta in volta della collaborazione di soggetti non facenti parte dell’associazione, per la realizzazione di specifici obiettivi mirati finalizzati a conseguire guadagni illeciti a mezzo dello sfruttamento di disponibilità economiche da parte per lo più di soggetti esercenti attività imprenditoriali coinvolti in vicende giudiziarie che venivano gestite secondo modalità operative consolidate nel tempo ed elaborate in particolare dai due magistrati sin da quando entrambi esercitavano le funzioni nel circondario di Trani».

Gli indagati avranno adesso venti giorni dopo per replicare, se lo vorranno, alle contestazioni fermate nell’avviso di chiusura delle indagini preliminari. Dopodiché la parola tornerà ai pm per la richiesta al gip del rinvio a giudizio.

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sabato, 13 luglio 2019 - 14:02
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