Permessi premio a chi si macchia di reati gravi, la duplice lezione dopo l’attacco al London Bridge

Cella Carcere
di Manuela Galletta

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E’ una storia complessa quella che arriva da Londra, dopo l’attacco sul London Bridge dove il 28enne Usman Khan, armato di coltello, ha colpito cinque passanti, uccidendone due, prima di essere ammazzato dalla polizia. E’ una storia complessa non nella dinamica degli eventi e neppure sul fronte del movente, che Scotland Yard ha acclarato essere di natura terroristica.

Quella che arriva da Londra è una storia complessa perché mette sul tappeto un tema che in Italia, oggi più che mai, infiamma il dibattito tra politica, magistratura e avvocatura e che da sabato ha iniziato a tenere banco anche nel Regno Unito: il pericolo di reiterazione di reato da parte di chi è uscito di prigione; la concessione dei permessi premio a chi è accusato di mafia o terrorismo; la capacità di valutare se un detenuto, nel corso dell’espiazione della pena, abbia maturato la consapevolezza del crimine commesso e sia realmente pronto a reinserirsi nella società nel rispetto della legge. Le risposte che arrivano da Londra a questa delicata materia dimostrano in maniera plastica che non esiste una posizione assolutistica verso ciascuno dei tre punti sopra elencati. Usman Khan, di origini pachistane, era stato condannato per reati terroristici nel 2012: avrebbe dovuto scontare una pena di 16 anni – e un minimo di 8 effettivi – per avere fatto parte di un gruppetto ispirato ad Al Quaeda che progettava un attentato contro la Borsa di Londra; ma era stato rimesso in libertà condizionata nel dicembre 2018, dopo neppure 7 anni. Una circostanza che nel Regno Unito ha scatenato immediatamente la reazione del premier britannico Boris Johnson, che ha anticipato la necessità di rivedere il sistema della scarcerazioni in relazione a chi ha commesso gravi reati. «Noi vogliamo pene serie per reati seri, e poi la pratica di scarcerare le persone in maniera automatica quando si tratta di crimini gravi non funziona», ha detto il capo del Governo. Gli ha fatto eco l’ex capo dell’antiterrorismo britannica, Chris Phillips, che ha accusato il sistema giudiziario di «giocare alla roulette russa» con la sicurezza dei cittadini: «Noi lasciamo uscire di prigione gente condannata per reati molto, ma molto gravi e li reinseriamo nella società quando sono ancora radicalizzati. Come accidenti possiamo chiedere alla polizia e ai servizi segreti di tenerci al sicuro?». Sembra di risentire una buona parte della politica di casa nostra, coi grillini in testa, mentre si scaglia contro la recente sentenza della Corte Costituzionale che ha cancellato il divieto assoluto ai detenuti condannati all’ergastolo ostativo (mafiosi e terroristi) di fare richiesta per accedere ai permessi premio. Ecco, a leggere la storia di Usman Khan viene da pensare – perché va bene ragionare in punta di Diritto ma non è possibile ignorare la realtà – che non sempre l’esperienza carceraria restituisce alla società un colpevole ‘cambiato’ e che, soprattutto, non sempre gli organismi preposti a concedere i permessi siano in grado di valutare se effettivamente il cambiamento è stato reale o solo di facciata. Appena un mese fa a Torino Safi Mohamed ha aggredito la compagna e ha cercato di sgozzarla con una bottiglia perché lei aveva scoperto il suo passato e voleva lasciarlo: nel giugno del 2008 Safi Mohamed aveva ucciso la fidanzata, era stato condannato a 12 anni per omicidio e da poco aveva ottenuto un permesso di lavoro con l’obbligo di rientrare in carcere la sera. Storie come queste dimostrano che i timori, non solo di buona parte della politica di casa ma anche di molti autorevoli magistrati, relativi all’alto rischio di reiterazione dei reati da parte di chi ha vissuto in sistemi facogitanti come quelli terroristici o mafiosi sono fondati. Eppure da Londra, dalla stessa storia dell’attacco sul London Bridge, rimbalza una verità contraria sulla possibilità che un detenuto ha di ‘redimersi’. Prima di essere ucciso dalla polizia, Usman Khan è stato placcato da alcuni passanti. ‘Eroi’, li hanno legittimamente definiti i media britannici. Tra loro c’è James Ford, di 42 anni. Ford è stato condannato all’ergastolo nell’aprile del 2004, con un minimo di 15 anni da scontare, per l’omicidio di Amanda Champion, una ragazza di 21 anni con difficoltà di apprendimento. Amanda fu strangolata e sgozzata: il suo corpo fu trovato abbandonato su un mucchio di rifiuti vicino alla sua casa di Ashford, nel Kent, nel luglio precedente. Il Mail Online racconta che Ford, sul London Bridge, è intervenuto per difendere una donna dall’aggressione di Usman Khan.

Ecco, storie così dicono invece che anche una persona che si è macchiata di un crimine brutale può cambiare e che la liberazione anticipata o un permesso premio possono non essere decisioni (o automatismi) sbagliate. Ma storie così non sono sufficienti a cancellare la storia di Usman Khan. Semplicemente esse si bilanciano e dimostrano come il tema dei permessi premio a chi si macchia di reati gravi, di cui oggi si discute nel Regno Unito e di cui da mesi si dibatte in Italia, non si può affrontare da una sola rigida prospettiva, qualunque essa sia.

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lunedì, 2 dicembre 2019 - 17:45
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