Ergastolo a Di Lauro per l’omicidio Romanò La sorella di Attilio: «Chi sceglie strade sbagliate fa i conti con la Giustizia»

Attilio Romanò
di Gianmaria Roberti

Volevano giustizia, non vendetta. Rita e Maria, rispettivamente madre e sorella di Attilio Romanò, non tradiscono mai la cifra della compostezza. Nemmeno quando il presidente della Corte d’assise d’Appello di Napoli, la quasi omonima Romano, pronuncia le parole «conferma la sentenza», equivalenti all’ergastolo per Marco Di Lauro. In un attimo la tensione si scioglie, un groppo in gola si stringe, e negli occhi di entrambe leggi una commozione. Ma è solo un istante, un lampo lungo quasi 14 anni. Sono i fotogrammi di un’assenza, un vuoto aperto dal fuoco esploso contro Attilio, vittima innocente di camorra. Da quel 25 gennaio del 2005 scorrono lacrime asciutte. Perché anche la sobrietà marca una linea di confine tra loro e quegli altri. Tra una famiglia perbene e la ferocia esibita dei clan camorristici. Tra chi respinge la tentazione di uno scalpo e chi sventola quelli del nemico.

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«Questa sentenza non ci restituirà mio fratello, ma – spiega Maria Romanò – la riteniamo importante perché fa capire che la giustizia fa il suo corso e che è importante scegliere le strade giuste. Chi non lo fa prima o poi si ritroverà a fare i conti con la giustizia». È un dolore pedagogico questo, la ricerca di un senso al vuoto ingiusto. «Ancora non ci credo», si fa scappare Rita, abbracciando l’assessore del Comune di Napoli Alessandra Clemente, anche lei un volto di questa famiglia allargata, il mondo dei familiari delle vittime innocenti di camorra. «La giustizia fa sempre il suo corso – dice il giovane assessore, figlia di Silvia Ruotolo -: i Di Lauro rappresentano la faccia più vergognosa e violenta della faida di Scampia e questo ergastolo ci fa dire, con il cuore, che Attilio è più vivo che mai». Non è una sentenza definitiva, ma oggi non è un giorno come gli altri, al di qua della frontiera.

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lunedì, 11 novembre 2019 - 20:25
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